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Campo di pietre

*Quella che segue è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è da considerarsi puramente casuale. 
**Il racconto inedito, ispirato al quadro, è firmato da Barbara De Filippis.


Dietro il muretto a secco, il campo era ancora lì. Da bambino lo chiamava “il campo delle pietre”, non tanto per quei massi enormi che lo delimitavano da un lato, quanto per quei piccoli sassi che era solito raccogliere sul ciglio della stradina sterrata sulla destra. Quando si è piccoli è così: si resta affascinati dalle cose apparentemente più semplici e banali, come quei sassolini che Davide si divertiva poi a lanciare in mezzo alle spighe di grano, e che facevano “splash” tra le onde di terra ed erba.

Anche a rivederlo ora, da grande, quel luogo continuava ad avere per lui lo stesso fascino. Gli rimandava l’immagine del bambino pieno di energie che era stato, le stesse energie che sentiva di avere ancora dentro di sé e che gli rendevano la vita intensa e imprevedibile. Gli rimandava l’immagine di un sorriso genuino, proprio quello che aveva sul volto e negli occhi in quel preciso momento, mentre fissava l’orizzonte al tramonto e decideva di scavalcare il muretto e lanciarsi in una corsa liberatoria contro vento. 

Il terreno era accidentato, pieno di sterpaglie, e Davide correva a fatica ma senza fermarsi, con un movimento disordinato, che avrebbe fatto scoppiare a ridere qualunque spettatore. Ma di spettatori non ce n'erano.

Era solo, e tutto ciò che riusciva a vedere intorno a sé, mentre correva e saltava come una volpe, era un turbinio di colori: giallo, rosso verde e quel nero bruciato, che d’estate macchia sempre le campagne del Salento.

Raggiunse il cespuglio in mezzo al campo, la famosa macchia scura all’orizzonte dei suoi ricordi. Non era un cespuglio: erano fichi d’india, cresciuti in mezzo al nulla, su quel terreno brullo. Davide fissò sbigottito le piante scultoree, mentre riprendeva fiato e sorrideva del suo stesso stupore: cos’altro avrebbe potuto crescere lì, tra l’erba secca e la terra rossa? Si soffermò a guardare i frutti rossi e arancioni, poi sollevò lo sguardo.

Chiuse gli occhi e rimase qualche minuto fermo in piedi, al centro del quadro della sua infanzia, a godersi il vento caldo, e l’odore di bruciato, e i suoni della campagna, e quella sensazione viscerale di libertà.

Sazio e ritemprato, si guardò di nuovo intorno, come per valutare il da farsi, quindi si fece largo tra buche e sterpaglie fino alla famosa stradina che costeggiava il campo. Cominciò a percorrerla per tornare indietro, le scarpe sporche di terra rossa che imbrattavano la brecciolina e producevano a ogni passo uno scricchiolio familiare, che risuonava forte nel silenzio della campagna. Il sole era un po’ più basso all’orizzonte, quando raggiunse la via principale. Davide diede un’ultima occhiata al campo, poi si voltò, pronto a tornare nel presente.

Commenti

L’infinito di un campo negli occhi di bambino lo abbiamo provato tutti. Una immagine bellissima che abbiamo chiuso dentro di noi e che dovremmo ripescare più spesso dalla nostra memoria. Il ricordo è ciò che ci dà la speranza. Bravissima Barbara; continua a farci sognare la vera vita.

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