La torre del castello

*Quella che segue è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è da considerarsi puramente casuale.
**Il racconto inedito, ispirato al quadro, è firmato da Barbara De Filippis.
“Si sentono solo i nostri passi.”
“Eppure la sera è pieno di gente…”
“Saranno tutti al mare.”
“Oddio, con questo tempo! Ma è sabato, può essere.”
Marco e Beatrice proseguirono verso la piazza, quella famosa del centro storico, dove ultimamente avevano scoperto un localino perfetto, da andarci la sera, per l’aperitivo, vista guglia barocca svettante.
A ora di cena, tra le mura antiche, era tutto un via vai di persone, un flash di lucine, un susseguirsi di tavoli e tavolinetti affollati, perfino d’inverno. Di giorno, c'era tutta un'altra atmosfera. Il centro aveva un’aria dimessa. Era vuoto, silenzioso, quieto. Mettiamoci pure la pioggia di poche ore prima, che aveva bagnato il selciato e abbandonato in cielo un cumulo di nuvole grigie, ed ecco che diventa facile immaginare quale sottile delusione stesse lentamente prendendo piede, in Marco e Beatrice, quel sabato mattina, lungo la strada deserta.
Sabato mattina. Di sicuro erano tutti al mare. E loro, invece, come al solito, si erano spinti totalmente fuori pista, fuori rotta, fuori traccia! con questa idea alternativa della passeggiata in città. Un’idea da turisti. O banalmente da outsider. Ma ormai era andata, non restava che ignorare il disappunto e proseguire.
Alla fine quella quiete e quella luce biancastra che filtrava dalle nuvole avevano un loro fascino.
Sculture e ghirigori sugli edifici barocchi apparivano in tutti i loro dettagli intricati, le crepe e i buchi delle chiese e dei palazzi antichi lasciavano trapelare un passato misterioso, lo stesso che si nasconde nelle fessure dei terreni e nelle rughe degli ulivi delle campagne salentine.
“Ehi, potremmo entrare nei giardini vicino al castello!” disse a un certo punto Beatrice, cogliendo un’ispirazione improvvisa! “Sì, ok”, rispose Marco, poco convinto. Ora questi giardini non è che li avesse ben presenti, di sera non li aveva mai notati. Ma a quanto pare erano nelle vicinanze, quindi perché no?
Superarono l’ennesima chiesa, imponente e gialla, di quel giallo che Marco adorava perché era in tutte le scenografie dei suoi ricordi di infanzia… e di quelli con Beatrice. Poi imboccarono la stradina che portava alla piazza del castello. Il cancello del parco era aperto. La quantità di verde lì dentro era stupefacente! Quelle piante lussureggianti stavano al paesaggio salentino come i due ragazzi stavano all’abitudine delle capatine al mare nel weekend. In quello scenario insolito, Marco e Beatrice si sentirono subito a loro agio.
“Sembra di essere in qualche altra città più a nord”, disse Beatrice, che si era addentrata fino al tempietto al centro del giardino.
“Perugia”, rispose Marco alle sue spalle. Perugia? La ragazza aggrottò le sopracciglia e si voltò. Marco era fermo vicino all’entrata, con il naso all’insù, lo sguardo puntato tra le fronde di un albero. Beatrice si avvicinò e guardò in alto anche lei:
la torretta del castello, tutta mattoncini e merli si spingeva verso i nuvoloni, con un che di perugino, in effetti, bisognava ammetterlo.
Snella e slanciata, se ne stava lì, appiccicata alle mura aragonesi, a sfoggiare la sua bellezza eclettica.
“Una torre troppo nordica, accanto a un giardino troppo verde”, considerò Beatrice, tra sé e sé.
“Durante una passeggiata troppo cittadina, in un sabato troppo nuvoloso”, aggiunse Marco, con un sorriso.
Ed era così. Era tutto fuori schema quel giorno, fuori rotta, fuori traccia.
Era tutto in perfetta armonia.

Ci devo andare e di giorno e…
Ci devo andare e di giorno e in una giornata nuvolosa….grazie Barbara, se non ci fossi tu quanto posti affascinanti e a due passi da me ho perso e perderei….
I due protagonisti sono un “ contorno” perfetto!👏👏👏❤️