Il portone di legno

*Quella che segue è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è da considerarsi puramente casuale.
**Il racconto inedito, ispirato al quadro, è firmato da Barbara De Filippis.
Da che ne aveva memoria, se lo ricordava sempre chiuso.
“Ma come? La sera, d’estate, c’erano tutte quelle signore sedute lì davanti a chiacchierare!” disse suo padre.
“Ci siamo entrati tante volte con la mamma!” aggiunse sua sorella.
“Il portone dell’Antonietta? Ma scherzi?” esclamò sua madre, sollevando lo sguardo dal piatto per lanciargli un’occhiata esterrefatta dal capotavola.
Marco non scherzava affatto.
Proprio non ricordava di aver mai visto aperto quel vecchio ingresso incorniciato di rosso.
Sarà perché era ancora un bimbetto quando si era trasferito con la famiglia nell'"altro quartiere" e aveva smesso tutt’un tratto di vedere quel muro vermiglio davanti a casa, con quel portoncino troppo piccolo per la serratura così grande e quella finestra senza vetri, lì in alto, che si apriva come un gigantesco occhio nero tra le assi usurate. Una visione che per 30 anni gli era rimasta stampata nella memoria così, come una foto, immobile e immutabile, a trasmettergli perfino una certa inquietudine, a dirla tutta, una dose di inspiegabile, misurato turbamento.
“L’Antonietta era bravissima, me la ricordo sempre! Ci regalava le uova fresche quando eravate piccoli! La conoscevano tutti per quant’era brava!” continuò la mamma di Marco. Al tavolo, tutti annuirono, tranne lui.
Si sentì istintivamente tagliato fuori. E da un bel po’ di cose. Prima di tutto dai ricordi familiari, da un passato che suonava così leggero, trascorso nel grembo di un vicinato affiatato. Ma c’era di più. C’era l’inequivocabile sensazione di essere escluso da qualcosa di più grande e irrecuperabile. Una storia collettiva, un Salento d'altri tempi, un condensato di immagini e tradizioni che gli erano sfuggite per una manciata di anni, lasciandolo orfano di una memoria preziosa. A lui erano toccate le strade nuove, le auto scattanti, le case moderne, i portoni blindati, i computer nelle stanze da letto, Internet sul telefonino, la riservatezza dei vicini. Gli era toccata un’overdose di modernità, che a malapena gli aveva lasciato il ricordo di un vecchio portone sempre chiuso, che in realtà chiuso non era stato mai.
Gli venne un bruciante desiderio di tornare a vederlo dal vivo, sempre che fosse ancora lì, nel vecchio quartiere della sua prima infanzia,
a cinque minuti di macchina da casa dei suoi. Era domenica, quale occasione migliore. Senza rendere partecipe nessuno delle sue bizzarre intenzioni, terminò il caffé, salutò genitori e sorella e si mise in macchina. Ritrovò facilmente la vecchia strada e la casa gialla in cui aveva vissuto da piccolo. Dal lato opposto, straordinariamente uguale a se stesso, il muro rosso con il portone di legno. Era proprio come lo ricordava, non una crepa in più, né una in meno. Promettente come un autentico varco temporale! Marco sorrise tra sé e sé: forse dopotutto non aveva perso nulla, quel passato che non aveva vissuto non era scomparso. Era solo nascosto. Custodinto dietro un vecchio portone di legno. Magari con la chiave giusta…
