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Il bosco

Pineta ad acquerello

*Quella che segue è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è da considerarsi puramente casuale. 
**Il racconto inedito, ispirato al quadro, è firmato da Barbara De Filippis.


Lo coglieva, ogni tanto, una certa voglia di stare all’aria aperta, ma con moderazione. Non alla mercé del cielo sconfinato, delle campagne a perdita d’occhio, di quel mare che si arrampicava sempre per aria, togliendogli puntualmente ogni speranza di un confine sicuro. Le sue ambizioni naturalistiche erano ben diverse. Amava pertanto una pineta, che chiamavano “bosco”, ma che, secondo lui, del bosco non aveva nulla.

Così, quando arrivava il momento di cedere alla tentazione di un’uscita fuori città, saliva in macchina e guidava per pochi chilometri fino a quel polmoncino verde senza pretese, non lontano da casa, fatto di chiome e cespugli dal sapore mediterraneo. Non aveva bisogno di grandi preparativi: nessuna scarpa da trekking, nessuno zainetto. Poteva infatti contare, al suo arrivo, su un ordinato schema di sentieri in terra battuta, delimitati da poderose staccionate in legno che tenevano a bada il sottobosco. In quel luogo disciplinato, tutto era pensato per offrirgli una passeggiata rassicurante, al netto di orizzonti esagerati e sterpaglie ingovernabili. Poteva insomma bearsi del verde, senza che questo gli chiedesse troppo in cambio. La pineta poi, a sua volta, non disdegnava di fingersi scenografia e di questo era più che sicuro.

In perfetta tenuta da città, si aggirava quindi tra i pini compiacenti, lasciando a occhi e orecchie il compito di assecondare l’illusione di un’immersione nella natura. Dopotutto, non aveva grandi pretese: gli bastava sentire scricchiolare i rami e cantare gli uccellini, mentre si lasciava ipnotizzare dai giochi di luci e ombre sulla terra battuta. Alla necessità, si appoggiava allo steccato più vicino e ammirava la vegetazione incontaminata come faceva con i quadri nei musei: rovistandoci appena dentro con lo sguardo, da una distanza di sicurezza. Procedeva e si pensava rilassato e si pensava al sicuro e si pensava furbo. Aveva sempre la situazione sotto controllo. Sotto controllo il lavoro e il tempo libero. Sotto controllo quelle passeggiate all’aria aperta, che non gli avevano mai riservato sorprese, né turbamenti (anche perché lui stesso evitava accuratamente di rincorrere entrambi).

Salvo quel giorno famoso, in cui, proprio nella sua amata pineta, invece di guardarsi intorno e fare il gradasso appoggiato alle staccionate, aveva preso l’incauta decisione di alzare gli occhi al cielo. Proprio sopra la sua testa, libero da recinzioni e barriere, un indomabile groviglio di rami scuri gli aveva imbrigliato lo sguardo a tradimento. Lo aveva trasportato per un millesimo di secondo nel nero del verde, nel fitto dei suoi stessi misteriosissimi, inesplorati abissi. Un brevissimo istante, eppure era bastato: aveva percepito, netta e inequivocabile,  l’essenza boscosa del “bosco”.

bosco ad acquerello


 

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