Artintervista con Erika De Benedetto
Erika De Benedetto, Tra colorate speranze II, acrilici su OSB, 78,5 x 52 cm (con cornice)
Ti do il benvenuto al secondo appuntamento con le Artinterviste. Perché il luogo d’arte per eccellenza è l’animo umano! Sono le persone ad avere la capacità di “creare” (ma anche di riconoscere e definire) l’arte.
Alcune, poi, riservano all’espressione artistica uno spazio importante nella loro vita, scegliendola come forma di comunicazione o persino come professione, in barba ai “trend” volatili(ssimi) del mercato del lavoro e a qualsiasi suggerimento esterno.
Lasciamoci conquistare e soprattutto ispirare dalle storie di chi ha sempre accolto l’arte come compagna irrinunciabile del proprio cammino, dedicandovisi con costanza e passione, e usandola come mezzo per esplorare la realtà, fuori e dentro di sé.
La protagonista dell’artintervista di oggi è Erika De Benedetto, artista salentina, che con la sua arte trasporta il pubblico in un viaggio emozionale, che parla di fragilità e resilienza. Impariamo a conoscerla con qualche domanda.
C’è stato un momento nella tua vita in cui hai effettivamente preso coscienza di avere un’inclinazione artistica?
Penso di averlo sempre saputo. Quand’ero piccolina mia madre dipingeva, poi ha smesso quando ho cominciato a disegnare. Quindi io ero sempre lì a provare, a prendere pennelli e colori in mano, a chiedere di poter disegnare una fogliolina o altro. Fin da piccola per me questa strada era già scritta, non ho mai avuto ripensamenti, sono andata sempre dritta in questa direzione.
Come e dove hai potuto studiare/apprendere la tecnica?
Ho frequentato il liceo artistico. Ahimè, però, durante il liceo non ho imparato grandi tecniche, ma ho disegnato sempre, tutti i giorni. Abbiamo cominciato con la copia dal vero, per poi realizzare tavole su tavole, disegni della nostra fantasia… Tecnicamente però avevo molte lacune. Così, due anni dopo essermi resa conto di questo, ho deciso di andare a cercare un maestro d’arte. Ho cercato qualcuno che fosse affine al mio stile e ho incontrato a Lecce Maurizio Muscettola. Con lui ho scoperto il mondo della pittura a olio, a me sconosciuto. Mi ha insegnato le tecniche del realismo, la pittura, le velature. Ero innamorata dell’idea di poter riprodurre i soggetti che fotografavo. Il mio obiettivo principale era quello di raggiungere una perfezione tecnica. Ma puoi tutto è cambiato, quando mi sono resa conto che finiva tutto lì: era, appunto, solo tecnica.
Erika De Benedetto, Tra colorate incertezze, acrilici, stucco, legno ed elementi materici su OSB
Quale linguaggio artistico ti ha quindi poi permesso di esprimerti al meglio?
Quella attuale, l’astrattismo. In quel momento di crisi, in cui non ero più felice di quello che dipingevo, dipingere non mi faceva più stare bene, ho conosciuto Andrea Biasci e Kala di “Arte Con Il Tuo Stile”, che hanno ideato un percorso per gli artisti, per aiutarli a trovare la loro voce e fare dell’arte un lavoro. Non mi hanno mai detto cosa disegnare, dipingere, niente: solo di dare voce alle mie emozioni. Per mesi mi sono chiusa in studio, lasciando da parte ogni influenza esterna, per “dipingere e basta”. Non mi ero mai ritrovata a disegnare senza un riferimento, però volevo vincere questa sfida, per quanto non la sentissi mia e mi mettesse profondamente a disagio. E alla fine un giorno, su un supporto di OSB (tra l’altro un resto dei materiali di costruzione del mio laboratorio) ho dipinto una pala di fico d’india. Come? Con delle casette sopra! - L’ispirazione mi era venuta in giardino, osservando una pala di fico d’india con sopra delle lumachine, che mi erano sembrate una città!
Lì c’è stata la svolta. Ho capito che il supporto mi piaceva, mi piaceva dipingerci sopra e ottenevo delle sfumature molto interessanti. Allo stesso tempo ho scoperto che anche non dipingendo il reale potevo realizzare qualcosa di bello. E poi, dopo qualche tentativo, mi è venuta un’intuizione. Mi sono detta: “Io ci vedo una storia in questo supporto. Non è un semplice supporto”. E l’ho associato subito al significato che do oggi alle mie opere e a una visione che si è poi man mano rinsaldata, insieme alla consapevolezza che non solo potevo esprimere quello che avevo dentro nell’arte, potevo anche far sì che le persone si rivedessero nel mio percorso.
C’è quindi più di un “perché”, di un “fine ultimo” nella tua arte?
Sì, non ce n'è solo uno. Dipingo sicuramente per me stessa perché mi fa stare bene, do voce alle mie emozioni. Prima di realizzare un quadro scrivo tanto: quello che sto provando, una difficoltà che sto affrontando, un periodo della vita; e dopo aver scritto trasformo queste parole in immagini. Questo mi permette di parlare di esperienze universali, in cui spero che le persone si rivedano, rivedano il loro vissuto.

Erika De Benedetto, Sogni, acrilici e foglia d’oro OSB, 114 x 59 cm (con cornice)
Da cosa o da chi trai maggiormente ispirazione nelle tue espressioni artistiche?
Dalla vita, dalle esperienze di vita. Attingo da un momento che ho vissuto e poi realizzo l’opera. Per esempio, come tutti ho affrontato delle difficoltà, e spesso traggo ispirazione da quelle difficoltà per realizzare il punto più buio del viaggio emozionale che propongo nelle mie mostre. Posso attingere da momenti tristi o meno, ma per dipingere devo essere al massimo delle mie energie: il flusso creativo è uno stato attivo. Se non sono in quello stato, lo devo creare.
Hai menzionato un “viaggio emozionale” legato alle tue mostre. Di cosa si tratta nello specifico?
È un percorso nato con la prima mostra dedicata alle mie opere in OSB, in collaborazione con il coach Andrea Biasci, che ne è stato il curatore. Entrambi ci siamo trovati d’accordo sul fatto che entrando in una mostra il visitatore si deve sentire coinvolto. Non deve esserci uno stacco tra il visitatore e la mostra. Questo percorso è quindi un viaggio emozionale in cui, attraverso domande introspettive e riflessioni, guido il visitatore affinché possa arrivare a rivedersi nelle opere e a sentirsi incluso e accolto in un’arte, che magari non conosceva o non aveva mai approfondito prima. La mostra non ha senso senza il viaggio e viceversa. Perché, quando tutti i sensi vengono coinvolti, automaticamente la persona viene trasportata all’interno di qualcosa. Alla fine del viaggio lascio una cassetta, la “cassetta dei sogni” in cui ognuno lascia la risposta a due domande: “Qual è il sogno che non hai ancora avuto il coraggio di realizzare” e “Quale confine ti impedisce di farlo”. Emergono racconti, paure nascoste, risposte che sono un segno del fatto che il format funziona e spinge le persone ad andare oltre la contemplazione delle opere e riflettere.
Per concludere, l’arte è anche ricerca ed esplorazione, un “wandering” fuori e dentro di sé. Quale ritieni sia stata la “scoperta” più significativa che hai fatto attraverso l’arte, su di te o sulla realtà intorno a te?
Credo sia stata la scoperta del supporto associato al significato a cui l’ho legato. Un supporto povero, grezzo, pieno di imperfezioni, l’OSB, che ci ricorda come ognuno di noi ha delle cicatrici che spesso riemergono nella vita e che, per quanto cerchiamo di coprirle con nuovi colori, affiorano sempre.

Erika De Benedetto, Evolving Window, acrilici, carta stagnola e carta di giornale su OSB, 82 x 125,5 cm

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