Venire a patti con il proprio mondo interiore

Sembra quasi un controsenso: nonostante l’ormai noto (e iperdiscusso) individualismo del mondo occidentale, lo sdoganamento delle scienze e tecniche psicologiche e la confermata attualità delle teorie esistenzialiste, guardiamo talvolta ancora con sospetto al nostro mondo interiore e alla nostra sfera emotiva.
Senza scendere in discorsi tecnici che, per forza di cose, scatenerebbero opinioni contrastanti su variegati e infiniti piani di discussione, prendiamo in considerazione in senso stretto questo disagio che a volte ci prende al pensiero di venire a patti con la nostra interiorità.
Oggigiorno, emozioni e sentimenti sembrano essere sulla cresta dell’onda. Da un’attenzione sempre più marcata verso l’individuo si è passati infatti facilmente a un’attenzione per l’emotività, che ha valicato gli ambiti pedagogici e psicologici per approdare nei contesti più disparati, perfino nelle best practice aziendali. Ma, c’è un “ma”!
Nell’approccio a questa dimensione prevale un desiderio di inquadrare, razionalizzare, stabilire quell’ordine che Nietzsche chiamerebbe “apollineo”, e che promette sicurezza e stabilità. La stessa stabilità che ci permette di fare quel che il mondo occidentale contemporaneo premia di più: “performare”. Fare i conti con la propria dimensione emotiva sì, quindi, ma per riordinarla, nell’ottica di una prestazione fluida e un raggiungimento mirato degli obiettivi.
Accogliere la sensibilità per “riallinearla” a uno schema razionale ritenuto saldo: una tendenza questa che ha senza dubbio i suoi risvolti positivi, ma si accompagna anche a un sentimento di inadeguatezza rispetto alla propria sfera emotiva, e un desiderio, a volte inconscio a volte no, di “frenarla” il più possibile.
Perché è “caotica”, ci dicono, e pertanto un “ostacolo” al tipo di realizzazione personale promossa dalla nostra cultura.
Ma consideriamo, tra tutte, questa particolare conseguenza:
mettere i paletti al proprio mondo interiore, vuol dire anche precludersi le gioie e le potenzialità terapeutiche della creatività e di un buon uso della sensibilità artistica.
Non è solo un concetto ottocentesco romantico: l’arte è espressione dell’interiorità, nasce dall’animo umano e, facendo leva in varie misure sulla “percezione” prima ancora che sulla “ragione”, è strettamente legata al concetto di emozioni, all’immediatezza “caotica” (se vogliamo) del nostro sentire. Per “farla” e “apprezzarla” non basta applicare logica e conoscenze. È necessario riallacciare i ponti con il nostro io autentico.
Vale quindi la pena fare un tentativo e provare a rivalutare con decisione la nostra dimensione emotiva, che è parte integrante di noi! Non è accessoria, né opposta a quella razionale: ne è complementare, e pertanto meritevole delle stesse cure e attenzioni e dello stesso rispetto. Proviamo allora a guardarla con apertura, coraggio e rinnovato senso di adeguatezza e riusciremo in un’ulteriore impresa decisiva: quella di liberare la nostra sensibilità artistica. Un traguardo essenziale, perché
se l’arte è una porta meravigliosa, che cela tesori inestimabili, la sensibilità artistica è la chiave che la apre!
A volte la abbiamo a portata di mano, altre volte dobbiamo cercarla più a fondo, nel coloratissimo labirinto del nostro io. Ma una cosa è certa: tutti siamo in grado di trovarla. Anche tu!

E allora cosa aspetti? Non c’è tempo da perdere! Inverti subito con orgoglio il senso di marcia e scegli, senza timori, di venire a patti con il tuo mondo interiore.
Che dici, Art Wanderer? Ti ho convinto? Sono più che certa di sì, ma fammi sapere la tua opinione nei commenti ;-)
Smettere di essere i…
Smettere di essere i carcerieri di noi stessi....Che bello sarebbe 🤎