Artintervista con Stefano Garrisi

Ti do il benvenuto a un nuovo appuntamento con le Artinterviste. Perché il luogo d’arte per eccellenza è l’animo umano! Sono le persone ad avere la capacità di “creare” (ma anche di riconoscere e definire) l’arte.
Alcune, poi, riservano all’espressione artistica uno spazio importante nella loro vita, scegliendola come forma di comunicazione o persino come professione, in barba ai “trend” volatili(ssimi) del mercato del lavoro e a qualsiasi suggerimento esterno.
Lasciamoci conquistare e soprattutto ispirare dalle storie di chi ha sempre accolto l’arte come compagna irrinunciabile del proprio cammino, dedicandovisi con costanza e passione, e usandola come mezzo per esplorare la realtà, fuori e dentro di sé.
Il protagonista dell’artintervista di oggi è Stefano Garrisi, scultore originario di Galatina, che ha trovato nel rapporto di scambio con la pietra leccese la sua strada e la sua direzione.
C’è stato un momento nella tua vita in cui hai effettivamente preso coscienza di avere un’inclinazione artistica?
«Sin da bambino, ho sempre fatto "cose con le mani". I miei giochi erano sempre giochi creativi, usavo il legno e altri oggetti per costruire. Poi, durante il periodo universitario, ho iniziato a realizzare arredi per la mia camera, con cassette e altri materiali, e mi sono appassionato al restauro, anche di mobili antichi. Tornato a Galatina dopo la laurea in odontoiatria, ho iniziato quindi, nel tempo libero, a restaurare mobili, ma non ero pienamente soddisfatto di quello che facevo. Il momento in cui proprio ho capito qual era la mia strada è stato quello in cui ho incontrato la pietra leccese, in un modo abbastanza strano. Un ragazzo che conoscevo, per ragioni lavorative doveva prepararsi in una materia diversa da quella di cui si occupava normalmente. Gli consigliai un corso di pietra leccese. Dopo pochi giorni tornò da me con una foglia di acanto scolpita. Gli chiesi: "Ma sei riuscito a fare questo, così bene, in così poco tempo?" Mi rispose: "Sì, ma dottore, con le tue mani potresti fare quello che vuoi". Così mi iscrissi a una scuola di scultura e frequentai alcune botteghe di Lecce. Capii fin dai primi tentativi che le cose funzionavano, che riuscivo abbastanza facilmente e che la pietra leccese era proprio il materiale su cui volevo agire.»
Come e dove hai potuto studiare/apprendere la tecnica?
«Ho frequentato un corso presso la Società Operaia di Lecce e quello è stato il momento in cui ho approfondito un po’ e ho capito che potevo proseguire. Poi ho iniziato a sperimentare per conto mio. Sono quindi tendenzialmente autodidatta dal punto di vista tecnico. La tecnica che utilizzo è quella della scultura tradizionale. Mi piace sentire il rumore dello scalpello che taglia la pietra, vedere come gli strumenti accarezzano il materiale. Quando mi chiedono come mi definisco, dico spesso che sono uno "spaccapietre".»

Come mai proprio la pietra leccese?
«Perché il mio approccio artistico è molto legato alla femminilità, alla necessità di ricercare la morbidezza, di "accarezzare" la pietra per poi darle una forma armonica. La pietra leccese è una pietra docile, che si lascia lavorare, con cui si possono ottenere linee interessanti. È anche molto delicata, per cui la parola chiave è "controllo": per arrivare a determinati risultati è importante controllare la forza data a ogni colpo di martello. Mi ha ispirato anche la presenza di questo materiale sul territorio, vedere le opere realizzate con questa pietra.»
Qual è il fine ultimo della tua arte, il "perché" della tua arte?
«Scolpisco per esprimere la mia personalità. Attraverso la scultura dico quello che potrei dire con le parole. Quando mi pongo di fronte a un blocco di pietra, oltre ad avere già un’idea di quello che sto per fare, penso alla vita, a vari temi e traduco queste riflessioni in forme. Tante opere hanno dei titoli che riflettono proprio questo legame tra scultura e pensiero.
E anche mentre scolpisco, ad esempio mentre lavoro ai miei ulivi, il pensiero resta libero, e mi capita di proiettarmi in quella che potrebbe essere l’opera successiva, magari una creazione più contemporanea, in grado di descrivere quelle riflessioni. Realizzo sia opere più barocche che opere più contemporanee, ma hanno tutte una matrice comune, che sono le mie riflessioni, oltre alla ricerca della leggerezza e dell’armonia.»

Da sinistra a destra: Scotola e Les Etrangers

Maschere apotropaiche, ulivo e Clessidra
Da cosa o da chi trai maggiormente ispirazione nelle tue espressioni artistiche?
«Per quanto riguarda le opere in stile neobarocco faccio riferimento a ciò che si trova sul territorio e soprattutto al carattere dei salentini, che con la loro tenacia, sono riusciti a realizzare opere molto particolari. La scultura barocca, che vediamo in giro, riflette un’incredibile testardaggine, ma anche far crescere gli ulivi, quelli veri, tra i sassi della costa salentina, richiede una testa durissima. I salentini sono riusciti in questa impresa. Gli ulivi che realizzo in pietra sono anche un invito a recuperare questo spirito. Per realizzarli ci vuole passione e una certa libertà mentale.»
L’arte è anche ricerca ed esplorazione, un “wandering” fuori e dentro di sé. Quale ritieni sia stata la “scoperta” più significativa che hai fatto attraverso l’arte, su di te o sulla realtà intorno a te?
«La scoperta più importante che ho fatto, l’ho fatta nel momento in cui, uscendo a guardare il tramonto dal balcone del mio studio dentistico al quinto piano, ho cominciato a pensare: "Devo iniziare a volare, a trovare la mia strada". Quel tramonto mi ha fatto capire che potevo evolvere. La scultura mi ha permesso di cambiare dentro, di scolpire me stesso prima ancora delle pietra. Mi ha aperto gli orizzonti, mi ha fatto comprendere che su questa Terra dobbiamo esistere in uno scambio reciproco. Nello scambio c’è la vita, tutto il resto è più o meno secondario.»

Luce et ombra
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